Diario: Islanda 2016 3


24 giugno 2016: arrivo a Reykjavík

Quest’anno vado in Islanda! Parto con il volo delle 14:05 da Monaco e dopo tre ore e mezza (ma con due ore di differenza sul fuso orario) sono a Keflavík, principale aeroporto del paese (e fondamentalmente unico punto di accesso), a una cinquantina di chilometri dalla capitale Reykjavík. Consegna bagagli veloce, e poi in poco meno di un’ora un pullman mi porta in città. Fa freddino, il cielo è cupo, pioviggina, ma la visuale dall’aeroporto alla città è già degna di nota, dato che la strada attraversa grandi distese di lava coperte di muschio grigiastro, un panorama che non avevo mai visto. Mi sistemo nella guest house dove ho prenotato (gli alberghi in Islanda hanno in genere prezzi abbastanza proibitivi) e poi faccio due passi. La città sembra molto tranquilla, e non dà certo l’idea di una capitale. La cena però è ottima.

Reykjavík

Reykjavík

25 giugno 2016: Reykjavík

Oggi rimango a Reykjavík. Non si viene in Islanda per visitare le città (anzi la città, perché oltre alla capitale non ce ne sono altre), e infatti a Reykjavík non c’è molto da vedere. La capitale islandese non vanta monumenti storici particolari, anche perché ancora a metà Ottocento non era altro che un villaggio con qualche centinaio di abitanti. Visito il piccolo museo Reykjavík 871±2, dedicato ai primi abitanti dell’Islanda e costruito intorno allo scavo archeologico di una delle più antiche abitazioni ritrovate nel paese (nulla di che). In riva al mare, sicuramente degna di nota è l’Harpa, la nuova ed enorme sala da concerto, con un’architettura molto interessante e pareti di vetro che regalano giochi di luce sia all’interno (si può gironzolare liberamente) che all’esterno. Nelle vicinanze ci sono alcuni enormi cantieri; non so che cosa stiano costruendo, ma probabilmente l’aspetto del centro città è tuttora in divenire. Il monumento simbolo di Reykjavík è però sicuramente la Hallgrímskirkja, imponente chiesa di cemento con un alto campanile centrale che sembra un missile, costruita in cima a una piccola collina e visibile dall’intera città (l’interno, molto luminoso, è completamente spoglio a parte il grande organo). Anche se è la chiesa più famosa di Reykjavík, non ne è però la cattedrale, titolo che spetta invece a una chiesetta dall’aspetto anonimo (la Dómkirkjan) che si trova nei pressi del municipio. Laugavegur, parzialmente pedonale, è la lunga via principale dello shopping, ovviamente fiancheggiata da negozi, bar e ristoranti. Gli edifici sono tutti bassi, e contrariamente a quanto accade nella via dello shopping di praticamente qualunque capitale o grande città, qui non ci sono i soliti marchi e grandi magazzini internazionali, ma perlopiù piccoli negozi, il che è piacevole. Mi sembra che la maggioranza dei turisti sia americana, cosa che non mi era mai capitata in nessun’altra parte d’Europa. Ad ogni modo, direi che mezza giornata o poco più da dedicare a Reykjavík è sufficiente.

Reykjavík - Hallgrímskirkja

Reykjavík – Hallgrímskirkja

Reykjavík - Harpa

Reykjavík – Harpa

Reykjavík - Sólfar

Reykjavík – Sólfar

26 giugno 2016: il “circolo d’oro” (Þingvellir, Geysir, Gullfoss)

Oggi percorro il cosiddetto “circolo d’oro”, un itinerario turistico classico che, partendo da Reykjavík, consente di toccare tre siti molto famosi, ovvero Þingvellir, Geysir e Gullfoss (la lettera þ, tipica dell’alfabeto islandese, si pronuncia come il th inglese in “thick”, mentre la lettera ð si pronuncia come il th inglese in “that”).

Þingvellir è famoso (nonché parco nazionale e patrimonio dell’umanità UNESCO) per due motivi. Il primo, di ordine geologico, è che si trova sulla fossa tettonica che divide la placca euroasiatica da quella nordamericana (i bordi delle due placche, che si fronteggiano come scogliere a qualche chilometro di distanza l’uno dall’altro, sono chiaramente visibili). Il secondo motivo, di ordine storico, è che in questa piana è stato fondato e per oltre novecento anni (fino al 1799) si è riunito l’Alþingi, il parlamento islandese. Il luogo è sicuramente molto suggestivo e affascinante (per entrambi i motivi); peccato che piova a dirotto… La seconda tappa della giornata è Haukadalur, dove si trova Geysir, cioè il geyser, quello che ha dato il nome a tutti gli altri. Geysir in realtà da alcuni decenni (dopo un terremoto) non erutta più, ma il vicinissimo e più piccolo Strokkur lo fa ogni pochi minuti. Purtroppo, con la pioggia e la foschia, l’effetto non è molto spettacolare. Nella stessa area, oltre ai due geyser, ci sono altre piccole pozze di acqua ribollente, che contribuiscono all’atmosfera da pozzi infernali. La terza è ultima tappa prima di fare ritorno a Reykjavík è Gullfoss, un’imponente cascata formata dal fiume glaciale Hvítá. È veramente impressionante per l’ampiezza e la portata, e si può osservare da uno sperone roccioso dove ci si sente davvero in mezzo alla cascata. Purtroppo continua a piovere, per cui i giochi di luce per cui è famosa (Gullfoss significa “cascata dorata”) non sono visibili.

Cena e ultima sera nella capitale. Devo dire che finora ho mangiato molto bene, anche se i prezzi sono alti (come per qualunque cosa, in Islanda).

Þingvellir

Þingvellir

Haukadalur

Haukadalur

Gullfoss

Gullfoss

27 giugno 2016: da Reykjavík a Vík

Oggi primo trasferimento, lungo la costa meridionale, da Reykjavík a Vík. Come mio solito viaggio con i mezzi pubblici, cioè in questo caso in autobus (in Islanda non c’è nessuna linea ferroviaria, anche perché il paese è largamente disabitato). Gli autobus di linea non sono probabilmente un modo molto comune di viaggiare in Islanda, ma in realtà offrono un servizio discreto (anche se ovviamente non sono molto frequenti – di solito ogni operatore offre una o due corse al giorno su ciascuna linea). Gli autobus della compagnia nazionale Strætó (che gestisce anche il servizio urbano di Reykjavík) sono di solito un po’ più veloci e meno costosi, ma le società concorrenti (Sterna e il circuito “Iceland on Your Own” gestito da Reykjavík Excursions e SBA – Norðurleið) hanno il vantaggio di offrire servizi che pur essendo di linea sono pensati per i turisti, per cui gli autobus fanno delle soste che permettono di visitare alcuni punti di interesse lungo il percorso. Inoltre, entrambe le reti “turistiche” offrono dei pass per più giorni o itinerari.

Poco fuori dalla capitale, si possono vedere piccole colonne di vapore che spuntano qua e là dai campi e dalle montagne. È il segno che siamo sulla dorsale medio-atlantica, e chiaro segno dell’energia del sottosuolo islandese. L’energia geotermica è utilizzata sia per produrre elettricità che per scaldare l’acqua, e l’acqua calda che esce dai rubinetti di Reykjavík (e che arriva da condutture separate da quelle dell’acqua fredda) ha un leggero ma perfettamente avvertibile odore di zolfo. Nei campi si vedono anche moltissimi cavalli, che hanno una lunga storia in Islanda (e costituiscono una razza specifica) ma che oggi sono allevati praticamente solo a scopo ricreativo.

Dopo un paio di brevi fermate in altrettanti piccoli paesi (solo il tempo di far salire e scendere i passeggeri), l’autobus fa alcune fermate “turistiche” di circa mezzora ciascuna, presso le cascate Seljalandsfoss e Skógafoss e presso la spiaggia di Reynisfjara. All’inizio il tempo è un po’ più clemente dei giorni scorsi e spunta addirittura qualche raggio di sole, ma poi purtroppo il cielo si fa di nuovo cupo e ricomincia a piovere, il che dà alla spiaggia nera di Reynisfjara un aspetto decisamente spettrale.

Seljalandsfoss

Seljalandsfoss

Skógafoss

Skógafoss

Reynisfjara

Reynisfjara

Nel primo pomeriggio arrivo infine a Vík, dove mi fermo per il resto della giornata. Vík, o per esteso Vík í Mýrdal (“vík” in islandese significa semplicemente “baia”, e Reykjavík significa “baia fumosa”), è un minuscolo paesino sulla costa sud che conta solo poche centinaia di abitanti, tuttavia è l’unico centro abitato di rilievo della zona. Lo trovo comunque affascinante, un po’ per una certa aria sperduta da frontiera, e un po’ per la posizione molto scenografica tra la lunghissima spiaggia nera di sabbia lavica e la scogliera. Peccato che continui a piovere e la visibilità sia molto ridotta: della scogliera non si vede nemmeno la cima, coperta dalle nuvole; in compenso si vedono e sentono i tantissimi uccelli che hanno lì i loro nidi.

Vík í Mýrdal

Vík í Mýrdal

28 giugno 2016: da Vík a Höfn

Ho la mattina da dedicare ancora a Vík, e dato che il tempo è migliorato decido di salire sulla scogliera alle spalle del paese (Reynisfjall). È una passeggiata molto piacevole (terminata la salita e oltrepassato una sorta di cancello, prendere il sentiero subito a sinistra, segnalato da paletti con la parte alta dipinta di giallo), e per certi versi mi ricorda un pochino le Cliffs of Moher in Irlanda. Molto belli sia il panorama sulla scogliera in sé, che la vista dall’alto sul paese di Vík.

Vík í Mýrdal

Vík í Mýrdal

Vík í Mýrdal - Reynisfjall

Vík í Mýrdal – Reynisfjall

A mezzogiorno prendo l’autobus, e continuo il viaggio lungo la Hringvegur, la strada n° 1 che segue un percorso ad anello e costituisce la principale via di comunicazione del paese (al di fuori della zona di Reykjavík è comunque una normale strada a due corsie, anche piuttosto stretta). Da Vík verso est ci sono 70 km di nulla fino a Kirkjubæjarklaustur, solo infinite distese di sabbia coperta di fiori color lavanda, poi sconfinati campi di lava coperti di muschio grigio-verdastro. I fiori color lavanda che si vedono dappertutto sono i lupini Nootka, che in realtà non sono nativi dell’Islanda, ma sono stati importati dall’Alaska alcuni decenni fa per “stabilizzare” e fertilizzare terreni poveri (e porre fine alle tempeste di sabbia). La pianta pare aver trovato un ambiente ideale da queste parti, e si è diffusa in modo impressionante (tanto che la sua situazione è controversa, e il lupino è ora considerato anche un pericolo in quanto invasivo). Ad ogni modo, questi prati color violetto danno un colpo d’occhio veramente notevole.

Dopo il minuscolo paese di Kirkjubæjarklaustur si vedono qualche casa sparsa e fattoria, e poi ancora una piana di sabbia nera a perdita d’occhio per decine di chilometri. Sulla sinistra appaiono poi anche le montagne e il ghiacciaio, ed è strano il confine improvviso tra le montagne e la distesa nera perfettamente piatta, come se fosse il mare. La piana è poi solcata in vari punti dagli ampi letti dei fiumi glaciali, piuttosto impressionanti. Nel complesso dà veramente l’idea di un mondo giovane, ancora in attiva e visibile trasformazione, con queste montagne che sembrano fatte con la paletta.

Passiamo poi per il parco nazionale di Skaftafell e per la laguna glaciale di Jökulsárlón, entrambi posti famosissimi ma che visiterò domani. Dopo la laguna il paesaggio si fa più verde, ma sempre pressoché disabitato. Anche il traffico è inesistente. Alle 17 arrivo infine a Höfn, meta finale per oggi.

Höfn, o per esteso Höfn í Hornafirði, con i suoi duemila abitanti è di gran lunga il centro principale della zona. Si trova all’estremità di una piccola penisola che chiude una laguna, il che gli dona una posizione piuttosto scenografica con vista sulle montagne e i ghiacciai in lontananza, e quell’aria da fine del mondo che a me piace sempre molto. È importante anche perché è il primo porto che si incontra dopo qualche centinaio di chilometri, e per via del porto è un importante centro peschereccio. In paese ci sono quattro ristoranti e sono pieni, per cui tocca mettersi in fila e aspettare. Lasciata la capitale, però, i turisti americani sono praticamente scomparsi, e ci sono molti tedeschi e francesi. La cena è buona, accompagnata da una particolare birra locale.

Höfn í Hornafirði

Höfn í Hornafirði

29 giugno 2016: Skaftafell e Jökulsárlón

Oggi resto a far base a Höfn e torno indietro, perché voglio dedicare l’intera giornata a visitare il parco nazionale di Skaftafell e la laguna glaciale di Jökulsárlón. L’autobus parte alle 8 dalla stazione di servizio all’ingresso del paese, e pensavo di approfittarne per fare colazione immaginando che le stazioni di servizio fossero più o meno sempre aperte… ma immaginavo male, perché chiude piuttosto tardi la sera (alle 22) però la mattina apre alle 8.

Ad ogni modo mi metto in viaggio, e dopo circa un’ora sono a Jökulsárlón, che si trova proprio lungo la Hringvegur. È uno dei posti più famosi e fotografati d’Islanda, ma è imperdibile, con i suoi iceberg di un incredibile colore azzurro. Si può fare un giro in barca, che è carino ma nulla di che, anche perché fondamentalmente non si vede nulla di molto diverso da quello che si vede dalla riva. Vale invece la pena di camminare un pochino e raggiungere la spiaggia (nera, come al solito), perché è qui che gli ultimi frammenti degli iceberg, dopo essersi staccati dal ghiacciaio e aver galleggiato per un tempo più o meno lungo nella laguna, vanno infine a infrangersi ed essere consumati dalle onde.

Jökulsárlón

Jökulsárlón

Jökulsárlón

Jökulsárlón

Dopo un paio d’ore a Jökulsárlón riprendo l’autobus, e in tre quarti d’ora, verso mezzogiorno, sono a Skaftafell. Qui si trovano il centro informazioni del parco nazionale, una grande caffetteria (dove pranzo con un’ottima zuppa e uno skyr – una sorta di yogurt compatto tipico dell’Islanda), un campeggio, e i chioschi di due agenzie che organizzano escursioni guidate sul ghiacciaio. Mi trovo infatti ai piedi dello Skaftafellsjökull, che è una propaggine del Vatnajökull, il ghiacciaio più grande d’Europa (e quarto del mondo dopo Antartide, Groenlandia e Patagonico Sud). Ci sono diverse passeggiate e trekking di varie lunghezze e difficoltà, e dopo aver chiesto consiglio al centro informazioni imbocco l’itinerario circolare che in meno di tre ore (camminando tranquilli) tocca la cascata Svartifoss (incredibile per le colonne basaltiche esagonali – sembra disegnata dall’uomo) e consente di vedere la lingua glaciale dall’alto. E proprio nel punto da cui si sovrasta il fronte del ghiacciaio c’è un vento gelido pazzesco, ma la vista è talmente impressionante che il vento non ha alcuna importanza. Tornato al centro informazioni, e avendo ancora un po’ di tempo prima di riprendere l’autobus per Höfn, imbocco il largo sentiero pianeggiante che in mezzora raggiunge il fronte del ghiacciaio, dove si trova anche una piccola laguna glaciale. Esce un po’ di sole ed è una vista veramente magnifica, che infonde un senso di pace e armonia.

La sera a Höfn, dopo cena, mentre chiacchiero con due turisti australiani mi godo la vista che spazia a 360 gradi sulla laguna, le montagne, e il ghiacciaio.

Skaftafell - Svartifoss

Skaftafell – Svartifoss

Skaftafell - Skaftafellsjökull

Skaftafell – Skaftafellsjökull

Skaftafell - Skaftafellsjökull

Skaftafell – Skaftafellsjökull

30 giugno 2016: da Höfn a Egilsstaðir

Oggi mi rimetto in viaggio, e da Höfn risalgo lungo la costa orientale. Costa che è più rocciosa e frastagliata di quella meridionale, con fiordi, e che offre un panorama sicuramente molto bello ma più “convenzionale”, simile per esempio a quello che si può vedere in Scozia. Purtroppo il tempo è di nuovo brutto. L’idea iniziale era di pernottare a Reykjahlíð, sul lago Mývatn, ma anche prenotando con larghissimo anticipo (più di sei mesi) le possibilità erano limitatissime e a prezzi allucinanti. Dato che non mi andava di fare una tirata unica da Höfn fino ad Akureyri (sarebbero state nove ore), ho allora deciso di fare tappa a Egilsstaðir, principale centro dell’Islanda orientale.

Arrivo a Egilsstaðir nel primo pomeriggio. Come ho già detto, non si viene in Islanda per visitare i paesi, che in genere hanno poco o nulla da dire. Vík però secondo me è bello, per quanto minuscolo, con la scogliera, la spiaggia nera e la chiesetta bianca in cima alla collina, e anche Höfn ha un suo fascino, con il piccolo porto, la laguna, l’aria da fine del mondo e la vista che spazia sulle montagne e le lingue del ghiacciaio. Egilsstaðir, invece, ha tanto fascino quanto una stazione di servizio. Una relativamente grande, magari (c’è addirittura un aeroporto, con voli di linea quotidiani per Reykjavík, però non c’è un semaforo, che finora non ho mai visto al di fuori della capitale), ma pur sempre una stazione di servizio, posta in corrispondenza di un incrocio e dove la gente si ferma solo il tempo necessario per fare rifornimento (che sia di cibo o di carburante), sbrigare qualche commissione, o passare la notte. Egilsstaðir ha una storia breve anche per gli standard islandesi, dato che è stata fondata nel dopoguerra per l’appunto come centro di servizi per la regione orientale (essendo in una posizione facilmente raggiungibile dai vari paesi sui fiordi). Si trova nell’interno, vicino alla riva di un lago, ma il fatto che la cartina e l’opuscolo dell’ufficio turistico (che pur fanno comprensibilmente di tutto per far apparire il paese interessante) non indichino alcun percorso o sentiero e di fatto non lo degnino di alcuna menzione, suggerisce che non presenti motivi di interesse. A breve distanza dal paese c’è la cascata Fardagafoss che dovrebbe invece essere bella, ma per arrivare al punto da cui parte il sentiero che la raggiunge dovrei camminare circa 3 km sulla strada per Seyðisfjörður tra automobili e camion, e considerando anche che piove non mi va. Seguo quindi il consiglio dell’ufficio turistico per una passeggiata nella “foresta” (cioè boschetto) di Selskógur, ai margini del paese. Ci sono diversi sentieri e si trova accanto al fiume Eyvindará che forma una sorta di gola. Nulla di che, ma carino per camminare un po’ nella natura, considerando che a Egilsstaðir non c’è una beatissima mazza. Anche la cena è mediocre.

Egilsstaðir - Selskógur

Egilsstaðir – Eyvindará

1 luglio 2016: da Egilsstaðir ad Akureyri

Riparto da Egilsstaðir diretto ad Akureyri con l’autobus Strætó anziché con uno di quelli turistici, e infatti i passeggeri sono perlopiù islandesi. All’inizio si attraversa un paesaggio piuttosto monotono di collinette, poi appaiono diverse cascate. Purtroppo il tempo è pessimo, con pioggia e foschia densa, per cui la visibilità è scarsa. Sento che la strada sale, ma non si vede quasi nulla. Si arriva poi su un altopiano erboso, con pozze d’acqua, chiazze di neve, ruscelli. Intorno, un po’ in lontananza, ci sono probabilmente delle montagne, ma non si vedono. Mi sembra una delle più grandi distese di nulla che mi sia mai capitato di vedere.

Dopo circa tre e ore e mezza di viaggio arrivo ad Akureyri, spesso definita come la capitale del nord del paese. Ha solo diciottomila abitanti, ma tanti bastano per farne il secondo maggiore centro abitato d’Islanda dopo Reykjavík (senza considerare un paio di sobborghi della capitale). Effettivamente, in confronto ai paesini visti finora, Akureyri ha quasi un’aria da città, e ci sono addirittura dei semafori! Faccio un giro per la cittadina; è carina, in riva a un lungo fiordo, con un piccolo centro abbastanza vivace e una chiesa progettata dallo stesso architetto di quella di Reykjavík (e anch’essa posta su una piccola collina e molto visibile). Ci sono anche delle belle case nella zona di Gamla Akureyri (cioè Akureyri Vecchia, poco più di un chilometro a sud dell’attuale centro), e un piacevole giardino botanico. Nel porto c’è una nave da crociera. Purtroppo il tempo è inclemente: piove, c’è vento, e fa freddo (5 gradi).

NB: queste foto sono state scattate qualche giorno dopo, quando è finalmente spuntato il sole.

Akureyri - Akureyrarkirkja

Akureyri – Akureyrarkirkja

Akureyri

Akureyri

Akureyri

Akureyri

2 luglio 2016: Goðafoss, Mývatn, Dettifoss, Ásbyrgi

La giornata di oggi è dedicata a un itinerario circolare, a volte indicato negli opuscoli turistici come il “circolo di diamante”, che tocca molte attrattive nella zona. In un giorno solo è ovviamente un approccio di tipo “mordi e fuggi”, però permette di farsi un’idea di molte cose.

La prima tappa è la bella cascata di Goðafoss, seguita da alcuni punti di interesse nella zona del lago Mývatn (cioè “lago dei moscerini”, ma dato che piove non ce ne sono): gli pseudo-crateri di Skútustaðir, le belle formazioni laviche di Dimmuborgir (la “fortezza oscura”), e le fumarole di Hverarönd (qui incrocio di nuovo la dorsale medio-atlantica) dove c’è una gran puzza di zolfo.

Nel pomeriggio si prosegue poi per Dettifoss, la cascata più potente d’Europa. Il paesaggio intorno (bisogna camminare un quarto d’ora dal parcheggio) è lunare, e la cascata impressiona più che altro per la potenza. Da un punto di vista scenografico, trovo forse più affascinante Selfoss, che si trova appena a monte di Dettifoss (dieci minuti a piedi, il sentiero è ben segnalato).

Si riparte seguendo poi una strada che in realtà è una pista fangosa piena di buche, e fa un po’ impressione passare con un pulmino nelle grandi pozzanghere schizzando acqua dappertutto. Le prossime tappe sono Hljóðaklettar nella valle Vesturdalur, dove si trovano delle strane e spettacolari formazioni laviche, e l’imponente canyon a ferro di cavallo di Ásbyrgi, formatosi in seguito a una catastrofica inondazione glaciale. Il panorama da Ásbyrgi a Húsavík (dove tornerò domani) mi ricorda l’Irlanda.

Goðafoss

Goðafoss

Hverarönd

Hverarönd

Selfoss

Selfoss

Ásbyrgi

Ásbyrgi

3 luglio 2016: Húsavík

Purtroppo piove pure oggi… Mi dicono che qui nel nord dell’Islanda sono i primi tre giorni di freddo e brutto tempo dopo un mese con il sole e 15 gradi (e so che è vero, dato che avevo tenuto d’occhio il meteo prima di partire)… ma niente paura che da domani torna il bel tempo, peccato che io sia arrivato alla fine del viaggio.

Ad ogni modo, oggi torno a Húsavík (toccata di sfuggita anche ieri), e la giornata sarà dedicata alle balene: Húsavík è infatti la capitale islandese del whale watching. Húsavík è a circa un’ora e mezza di strada da Akureyri, e sul pulmino di linea, che ferma anche a Goðafoss, sono l’unico passeggero. C’è un porto piuttosto grande, e diverse agenzie che organizzano uscite in mare per l’osservazione delle balene, sia con barche tradizionali che con gommoni a scafo rigido (RIB). Prima però visito il museo delle balene, che non è molto grande ma è interessante, per cui vale la pena andarci. Ci sono gli scheletri di diverse specie di cetacei, che permettono di farsi un’idea delle dimensioni di questi animali. Oltre che da questo, rimango colpito dal fatto che le ossa delle pinne delle balene somigliano chiaramente a quelle delle nostre mani.

Poco prima di mezzogiorno è tempo di prepararsi per l’uscita in mare. Ho scelto la più nuova e piccola delle compagnie di Húsavík, che opera con i gommoni, molto più veloci e maneggevoli delle imbarcazioni tradizionali (e che quindi si possono avvicinare molto di più alle balene e seguirle molto meglio). Il tempo non è un granché ma perlomeno non piove, però c’è vento e quindi il mare è leggermente mosso. Ci equipaggiamo con dei caldi tutoni impermeabili da mettere sopra ai propri vestiti (giacca a vento compresa) e siamo pronti a partire; il gommone ha posto per dodici passeggeri oltre al pilota e alla guida ma siamo solo in quattro, per cui spazio e visuale non sono un problema. Lascio comunque la macchina fotografica a terra, e penso sia stato meglio così. Dopo vari sballottamenti e spruzzi ci fermiamo nei pressi di un’isola rocciosa dove nidificano i pulcinella di mare, uno dei simboli dell’Islanda, e ne siamo letteralmente circondati. Partiamo poi alla ricerca delle balene, e incrociamo due megattere che nuotano affiancate, e più volte emergono e si immergono mostrandoci la coda. Una scena che lascia a bocca aperta.

Ritornando verso il porto, osservo il dondolare tra le onde di una delle imbarcazioni tradizionali, e mi rallegro di aver scelto il gommone: a parte le migliori possibilità di osservazione, penso che su quella avrei vomitato anche l’anima (mentre sul gommone non ho sofferto nulla). Sulla via del ritorno ad Akureyri (e sono ancora l’unico passeggero) finalmente spunta un po’ di sole, e la luce dorata del tardo pomeriggio dona a queste coste uno splendore difficile da descrivere, che le fa apparire completamente diverse rispetto a come le avevo viste con la pioggia e il cielo grigio.

Ad Akureyri c’è il sole, quindi per la prima volta posso vederlo ancora alto nel cielo a tarda sera, e fa un po’ strano individuarlo così verso nord. L’Islanda è al di sotto del circolo polare artico, per cui anche d’estate tecnicamente il sole tramonta (non c’è il sole di mezzanotte), ma dato che dal tramonto alla successiva alba non passano neanche due ore, di fatto non c’è soluzione di continuità tra i due, e c’è sempre luce.

Húsavík

Húsavík

Húsavík

Húsavík

4 luglio 2016: Bláa Lónið e Keflavík

Domani mattina presto ho il volo che dall’aeroporto di Keflavík mi riporterà a Monaco, per cui oggi devo raggiungere di nuovo Reykjavík. Nell’interno dell’Islanda non ci sono vere e proprie strade ma solo piste non asfaltate aperte solo d’estate, che sono comunque coperte dagli autobus di linea. Il viaggio in bus da Akureyri a Reykjavík passando per l’interno richiede più di dieci ore, e quando ho programmato il viaggio ho deciso invece di prendere l’aereo (che tra l’altro costa meno, circa 90 euro). L’aeroporto di Akureyri è solo un paio di chilometri al di fuori dalla cittadina, e la pista è nel fiordo (non in riva al fiordo, proprio nel fiordo). È un aeroporto minuscolo, il più piccolo in cui sia mai stato, e sembra una stazione di servizio… a dire il vero, qui c’è solo un piccolo bar, mentre una stazione di servizio offre di solito una ben più ampia selezione di generi di conforto. L’aereo in compenso non è piccolo (un turboelica da una settantina di posti, simile a quelli usati a Innsbruck), e in meno di quaranta minuti mi porta a destinazione. L’aeroporto cittadino di Reykjavík, usato principalmente per i voli interni, ha anch’esso un terminal minuscolo, ma dall’aspetto più malmesso di quello di Akureyri (sembra francamente una baracca). Dall’aereo si nota comunque che Reykjavík, pur avendo centotrentamila abitanti, è sostanzialmente un paesone molto cresciuto, fatto perlopiù di casette basse. Come da previsioni il tempo è splendido; il cielo è azzurro senza nemmeno una nuvola.

Uscito dall’aeroporto mi dirigo alla stazione degli autobus BSÍ (un quarto d’ora a piedi; l’aeroporto è praticamente in centro), dove prendo il pullman per la Bláa Lónið (Laguna Blu). La Bláa Lónið è forse la più famosa attrazione turistica d’Islanda, e uno dei simboli del paese. È una grande pozza artificiale in mezzo ai campi di lava, riempita con l’acqua “di scarto” della vicina centrale geotermica e utilizzata come spa per via dei minerali che contiene. L’acqua ha un colore azzurrino lattiginoso ed è alla temperatura di circa 38 gradi; in una bella e tiepida giornata come oggi è forse pure un pochino troppo calda. L’esperienza è comunque molto rilassante, non fosse che sembra una colonia americana. Quando esco, alle 19, c’è la fila per entrare, mentre quando sono entrato io tra le 15 e le 16 non c’era praticamente nessuno (attenzione che l’ingresso è rigorosamente a numero chiuso, per cui bisogna prenotare sul sito).

La Bláa Lónið si trova a una quarantina di chilometri da Reykjavík e a una ventina da Keflavík, per cui, orari dei voli permettendo, conviene farci tappa durante il tragitto da o per l’aeroporto. Sul pullman per Keflavík, però, sono l’unico passeggero. I campi di lava della zona, visti con il sole, sembrano Marte; il cielo è azzurro, la temperatura gradevole (18 gradi), e l’aria tersa.

Stanotte dormo a Keflavík, perché domani mattina devo essere in aeroporto molto presto. A Keflavík non c’è probabilmente nulla di interessante, ma l’incredibile luce dorata del lunghissimo tramonto islandese può far apparire splendido qualsiasi luogo.

Grindavík - Bláa lónið (Laguna blu)

Grindavík – Bláa lónið (Laguna blu)

Grindavík - Campi di lava

Grindavík – Campi di lava

Keflavík

Keflavík

5 luglio 2016: ritorno a casa

Il mio volo parte alle 7:20, ma dato che a Keflavík è necessario essere in aeroporto almeno due ore prima, mi tocca alzarmi alle 4:30. Il sole è comunque già alto, e il cielo è ancora perfettamente sereno. L’aeroporto di Keflavík è ben attrezzato e moderno ma sembra ampiamente sottodimensionato per il traffico che si trova a gestire di questi tempi. È questo il motivo per cui, anche per un volo europeo (l’Islanda fa parte dell’area Schengen), bisogna arrivare almeno due ore prima: infatti solo per consegnare il bagaglio (già etichettato alla macchinetta del check-in automatico!) devo fare una lunghissima coda che mi porta via tre quarti d’ora.

Sull’aereo dormicchio, e arrivo a casa, poco primo delle 17, abbastanza frastornato. Purtroppo non ho avuto molta fortuna con il tempo, ma l’Islanda è qualcosa di talmente splendido e unico che… è stato sicuramente bello lo stesso.

(Altre foto di questo viaggio sono disponibili qui)

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3 commenti su “Diario: Islanda 2016

    • Davide L'autore dell'articolo

      Grazie. Come ho scritto, si può girare l’Islanda con i mezzi pubblici. Dài un’occhiata a queste tre reti di autobus, che sono le più estese:

      Sono tutti autobus di linea, ma le prime due offrono servizi “turistici”, per cui gli autobus fanno delle soste nei punti di interesse lungo la strada e ci può essere una guida a bordo (oppure un commento audio registrato) che fornisce informazioni sui luoghi attraversati. Quelli di Strætó sono invece normalissimi servizi di linea, pensati per spostarsi da A a B più che per i turisti (quindi sono spesso più veloci, ma se giri l’Islanda non è quello il punto).

      Se, come ho fatto io, ti trovi a mischiare i servizi di più compagnie anziché fare un pass per uno dei circuiti di cui sopra, considera che Reykjavík Excursions e SBA – Norðurleið offrono anche tour guidati in giornata per, rispettivamente, il circolo d’oro (da Reykjavík) e il circolo di diamante (da Akureyri), che possono anche costare meno della somma dei biglietti singoli per le rispettive tratte e risultare più comodi. Anche Sterna e altre compagnie piccole e grandi offrono vari tour organizzati, quindi devi valutare un po’ le alternative in base a quello che vuoi fare. Trovi tutte le informazioni sui rispettivi siti.